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    October 28

    SERVA DISOBBEDIENTE ALLE LEGGI DEL BRANCO

    Sono ubriaca. Guardo i puntini luminosi di colori diversi che scintillano nel buio e non sposto lo sguardo fino a quando li vedo tutti sfocati. Si fondono insieme, diventano un ammasso di luce lattosa. Nebbiosa. Non mi sono mai sentita così.

    Lo sguardo fisso immobile su nulla in particolare, mi sento come quando si è alzato un po’ troppo il gomito. Solo che io non ho bevuto una goccia di alcool. È tutto quello che c’è attorno che mi dà senso di ebbrezza. È tutto sfasato, sfalsato. La mia vita è cambiata.

    E come al solito tutto mi scorre dentro, mi cambia dentro. Mi entra nella testa e ci fa quello che vuole. Sento, anzi so per certo che questo mi renderà più densa, più forte, ma dall’altra parte mi porta diretta alla follia. Per esempio, perché io ora non dovrei tirare fuori l’ombrello e ficcarlo nell’occhio alla prima persona che passa? In fondo perché no? Cosa cambia?

    So che devo smettere di pensare a queste cose.

    Ma avanti, ammettiamolo, siamo umani. Parliamo, parliamo, e davanti ai fatti rimaniamo a bocca aperta, braccia penzoloni, e neanche uno straccio di filosofia da tirare in ballo per salvarci la pelle.

    La persona che insieme ai miei genitori mi ha cresciuta, che mi ha insegnato a correre e fare le capriole quando tutti dicevano “Attenta che ti fai male”, che mi ha insegnato a vincere a carte senza barare, che mi ha difeso e io ho difeso nelle faide di famiglia, adesso è in un letto d’ospedale, avvolto nelle coperte che sembra un uccellino, non si può muovere affatto, mangia poco, parla ancora meno e a volte lo fa in latino.

    Adesso, che serve tutto il resto? Lo salverà forse la matematica? Il calcolo dei limiti? O la storia dell’arte? Lo salverà il diploma che ha preso? Neanche le figlie che ha messo al mondo lo possono salvare.

    Lo so, i nonni muoiono, chi non ha avuto un nonno che è morto, ed è normale. Ma non lo so accettare. Non sono capace. Io l’ho detto, tutto questo, ad A.

    E lui, calmo, pacato, mi ha chiesto perché non lo dicessi a lui, a mio nonno. Perché no, semplicemente perché no.

    Poi mi ha detto che non ho nessuna autorità per dire che tutto è inutile. Anzi, io sono utile. Dice che il fatto che io esisto lo farà felice, e anche quello che faccio io serve a farlo essere felice.

    In teoria c’ero arrivata anch’io. Ma in pratica mi sembrava che io avessi potuto smettere subito di mangiare per poi sparire anch’io in un mucchietto di ossa, e nulla sarebbe cambiato.

    Poi, però, la luce. Poi Freud, solo se ti senti. Certo che mi sento. Poi A. che seduto per traverso, parallelo al tavolo, con il gomito sinistro appoggiato, la testa retta da due dita e una gamba accavallata sull’altra, mi spiegava i sogni.

    Poi l’ansia, la paura di non farcela, e i commenti di persone che su di me non sanno nulla. E io che davo il peggio di me. Il vero peggio di me.

    E dopo ancora il sollievo, l’urlo, pugni chiusi, gola spiegata. Come se avessi sognato di urlare così per anni. La soddisfazione di chi ti dice che senza di te il mondo sarebbe peggiore. Che trasmetti sempre cose nuove. Che sei l’antitesi della solitudine e del vuoto.

    Il meglio di me. Do il vero meglio di me.

    Infine, pendere sul domani. Io solitamente ci marcio contro, ma non si può marciare per sempre. Spinta da forze che non ho mai conosciuto, presa da amori profondi e odi folli, mi dispiace per chi trasmette odio. Ringrazio chi mi sta amando.

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